Vaccino anti Covid-19, a Villa Aurora è iniziata la Fase I della vaccinazione

Il vaccino anti Covid-19, a Roma come in tutta Italia, è arrivato il 27 dicembre, giorno del Vaccine Day in tutta Europa. La campagna di vaccinazione è partita con le categorie più sensibili, tra cui gli operatori sanitari e il personale e gli ospiti delle RSA. La sede di Villa Aurora del Polo Sanitario San Feliciano è tra i centri spoke deputati alla ricezione e stoccaggio dei vaccini e alla loro somministrazione alle categorie previste dalla Fase 1 della campagna vaccinale. 

Ormai da mesi, sui canali di informazione di tutto il mondo, girano notizie sul vaccino anti Covid 19 e sulla campagna di vaccinazione della popolazione prevista per tutto il 2021. Notizie a volte date in maniera incompleta, con pochi riferimenti scientifici, capaci di ingenerare confusione e preoccupazione. In questi casi, vista l’importanza del tema, è fondamentale, invece, affidarsi alle sole evidenze scientifiche e alle azioni ufficiali intraprese dai governi. Con questo breve articolo cerchiamo di rispondere alle domande principali sull’argomento “vaccino contro il Covid-19”. Per chiarezza, è diviso in due parti, la prima dedicata al vaccino, la seconda al piano di vaccinazione per l’Italia.

Presso il Polo Sanitario San Feliciano (sede Villa Aurora) è possibile effettuare il tampone rapido Covid 19

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Vaccinazione covid roma
L'inizio delle vaccinazioni dei sanitari ASL Roma 1 contro il Covid-19, presso la sede di Villa Aurora a Roma (centro spoke)

Vaccino anti Covid-19, l’Europa è partita il 27 dicembre

La ricerca per trovare un vaccino in grado di contrastare il diffondersi del Covid 19 è iniziata già con i primi accenni di pandemia, quindi ormai molti mesi fa. Da pochi giorni, nei principali paesi del mondo, sono partite le campagne di vaccinazione. Il tema del vaccino anti Coronavirus ha polarizzato il dibattito, tra favorevoli e contrari e agevolato il diffondersi di domande legittime. È sicuro? È efficace? Proviamo a rispondere.

Il vaccino contro il Covid è pronto?

Il vaccino è pronto. Anzi, per essere più precisi, bisognerebbe dire che il primo e il secondo vaccino sono pronti, mentre per il terzo bisognerà aspettare la metà del 2021. I vaccini in sperimentazione, infatti, sono tre, i primi due realizzati con tecnologie di nuova generazione (basate sull’RNA), il terzo di tipo tradizionale. Poco prima di Natale, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e la Commissione Europea hanno dato il via libera al vaccino prodotto da Pfizer/Biotech (di nuova generazione). Il 6 gennaio, invece, è arrivata l’approvazione dell’altro vaccino, sempre di nuova generazione, realizzato da Moderna.

Il 27 dicembre, data del Vaccine Day europeo, le dosi di questi due vaccini, ordinate dai diversi paesi, sono state distribuite in tutto il territorio del vecchio continente.

Come mai il vaccino è arrivato così velocemente?

La rapidità con cui si è potuto procedere è dovuta principalmente al forte investimento economico fatto da tutti gli Stati del mondo. I governi, infatti, hanno finanziato le aziende farmaceutiche in modo da sollevarle dal rischio economico di una sperimentazione che, se avesse fallito, avrebbe avuto costi altissimi. Questo ha permesso di svolgere in simultanea attività che, normalmente, vengono divisi in almeno tre fasi, per dilazionare i finanziamenti. Inoltre, il deciso intervento economico pubblico ha permesso di prendere in considerazione anche vaccini che un’industria privata avrebbe scartato, perché costosi da produrre o da conservare.

Altro fattore che ha permesso di velocizzare la ricerca è stata la disponibilità di un numero elevatissimo (10 volte più del solito) di persone disponibili per la sperimentazione.

Ciò che è importante sottolineare, comunque, è che nessuna fase di verifica è stata saltata.

È un vaccino efficace e sicuro?

Ogni vaccino, prima di arrivare alla popolazione, deve passare un lunghissimo iter di sperimentazione, fatto di autorizzazioni e controlli molto severi. Questo sta avvenendo anche per quello contro il Covid-19, che perciò può considerarsi un vaccino sicuro, perché non dà gravi effetti collaterali, ed efficace. È bene sottolineare, inoltre, che non contiene virus (né del Covid, né altri) e quindi non può provocare malattie.

Per quanto riguarda l’efficacia, nello specifico è bene sottolineare come questa vari a seconda del tipo di vaccino; nel più performante arriva al 95% (trascorsa una settimana dall’iniezione della seconda dose). Diverso è il discorso per la durata dell’immunità, sulla quale si sa ancora poco, soprattutto per i vaccini di nuova generazione, che rappresentano un’assoluta novità. Dovrebbe essere di 9-12 mesi, mentre per quelli tradizionali si stima che possa arrivare fino a 2 o 3 anni.

Quali sono i possibili effetti collaterali?

La sperimentazione del vaccino Pfizer ha mostrato l’insorgenza limitata di effetti collaterali. In 1 caso su 10 si sono manifestati dolore e gonfiore nel punto dell’iniezione, stanchezza, mal di testa, dolore ai muscoli e alle articolazioni, brividi e febbre. Ancora meno frequenti i casi di arrossamento della parte e di nausea. Prurito localizzato, dolore agli arti, ingrossamento dei linfonodi, difficoltà ad addormentarsi e sensazione di malessere, invece, sono stati effetti avvertiti da meno di 1 persona su 100. Infine, la debolezza nei muscoli di un lato del viso si è verificata raramente, in meno di 1 caso su 1000. L’unica patologia severa registrata come reazione avversa, ma pur sempre benigna, è l’ingrossamento delle ghiandole linfatiche.

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campagna vaccinazioni covid 19
L'inizio della campagna vaccinale presso la sede Villa Aurora (centro spoke)

Il piano di vaccinazioni anti Covid per l’Italia

Il piano strategico del Governo italiano per la vaccinazione anti Covid-19 è stato presentato in Parlamento lo scorso 4 dicembre, dal Ministro della Salute. La campagna di vaccinazione è stata avviata il 27 dicembre, giorno del cosiddetto Vaccine Day europeo. Di seguito le informazioni principali.

Quante dosi di vaccino saranno disponibili in Italia?

Il Governo stima di avere a disposizione, per il primo trimestre del 2021, oltre 28 milioni di dosi di vaccino contro il Coronavirus. In totale, entro il primo trimestre 2022, le dosi disponibili in Italia saranno poco più di 202 milioni. Le dosi saranno fornite da sei diverse aziende farmaceutiche produttrici.

Chi verrà vaccinato prima?

Vista la non disponibilità di dosi di vaccino anti Covid, find a subito, per tutta la popolazione, il Governo ha identificate tre categorie che riceveranno prioritariamente la vaccinazione (per un totale di 6,5 milioni di persone):

  • operatori sanitari e sociosanitari;
  • personale e ospiti delle residenze sanitarie assistenziali (RSA);
  • anziani (over 80).

Al livello di priorità immediatamente successivo, invece, sono inseriti (per un totale di quasi 21 milioni di individui):

  • persone tra i 60 e i 79 anni;
  • persone con almeno una patologia cronica.

Chi non verrà vaccinato

Il vaccino contro il Covid 19 non sarà somministrato ai minori sotto i 16 anni. Inoltre, saranno escluse dalla vaccinazione (o incluse solo sotto stretto controllo medico) le categorie che presentano patologie o situazioni particolari come:

  • persone con una storia di gravi allergie o reazioni anafilattiche;
  • donne in gravidanza (incluse ma previa autorizzazione del medico);
  • pazienti in trattamento con anticoagulanti.

Come verrà somministrato il vaccino?

Saranno effettuate due iniezioni, a distanza di 21 (Pfizer) o 28 (Moderna) giorni l’una dall’altra, localizzate nella parte superiore del braccio (deltoide).

Sarà un vaccino obbligatorio?

No, il vaccino anti Covid non sarà obbligatorio. La vaccinazione, quindi, avverrà su base volontaria.

La vaccinazione sarà gratuita?

Sì, il vaccino sarà gratuito per tutti. Non sarà possibile vaccinarsi privatamente a pagamento.

Dove e da chi verrà fatto il vaccino?

Il vaccino verrà effettuato in ospedali e strutture peri-ospedaliere specificatamente individuati dal Ministero della Salute e dislocati in tutta Italia. Nella fase piena di campagna di vaccinazione, le strutture coinvolte saranno 1500. A somministrare il vaccino ci penseranno medici e operatori sanitari. A tale scopo, il Governo ha in programma l’assunzione a tempo determinato di circa15 mila professionisti.

Articolo in aggiornamento, revisionato dalla Dottoressa Myriam Nasso – PhD in microbiologia medica ed immunologia, responsabile farmacia del Polo Sanitario

Presso il Polo Sanitario San Feliciano è possibile effettuare il test sierologico


Artroscopia spalla

Artroscopia della spalla, a cosa serve e come si svolge l’intervento

L’artroscopia della spalla è un intervento chirurgico mininvasivo che consente di curare diverse patologie articolari. Obiettivo di questo approfondimento è quello di fornire tutte le informazioni su questa tecnica: a cosa serve, come avviene, tempi di recupero e riabilitazione.

Il termine artroscopia deriva dall’unione di due elementi linguistici: artro (articolazione) e scopia (guardare). E in effetti questo è il suo ruolo: guardare, meglio ancora indagare, un’articolazione per scoprire patologie ma anche per curarle. La tecnica artroscopica è ampiamente utilizzata in chirurgia ortopedica, soprattutto per il trattamento di patologie articolari, in particolare della spalla, oggetto di questo articolo.

Qui, invece, si può leggere un approfondimento sull’artroscopia del ginocchio

Cos’è e a cosa serve l’artroscopia della spalla

L'artroscopia della spalla è una tecnica molto diffusa, con la quale un chirurgo ortopedico può avere una chiara visione dello stato dell’articolazione della spalla. Grazie alla tecnica artroscopica, infatti, è possibile esplorare dall’interno la spalla, introducendo una sonda collegata a una telecamera, attraverso due o più piccoli accessi, di massimo 10 millimetri di diametro (ecco perché si parla di tecnica minimamente invasiva) attraverso i quali è possibile introdurre anche strumenti chirurgici che consentono poi di trattare le diverse patologie articolari.

E’ possibile individuare due fasi:

Artroscopia diagnostica, che serve per arrivare ad una diagnosi nel caso in cui la valutazione clinica e gli accertamenti diagnostici non siano stati sufficienti

  • Artroscopia chirurgica, che costituisce, invece, un vero e proprio intervento, di tipo mininvasivo, che consente di curare alcune patologie della spalla con un trauma chirurgico ridotto e cicatrici minime.

Nel corso del tempo, l’artroscopia si è notevolmente evoluta. Oggi, i chirurghi ortopedici e i centri specializzati hanno a disposizione telecamere e monitor ad alta definizione e strumentari dedicati che hanno reso questa tecnica molto efficace.

Le patologie della spalla trattate con l’intervento artroscopico

La chirurgia artroscopica della spalla è indicata per il trattamento di varie patologie che possono colpire l’articolazione:

  • Lesione della cuffia dei rotatori;
  • Lesione dei legamenti a seguito della lussazione della spalla;
  • Instabilità di spalla;
  • Tendinopatia calcifica;
  • Patologie del bicipite:
  • Lesioni della cartilagine;
  • Sindrome da conflitto subacromiale (impingement).

Negli anziani l’artroscopia è utilizzata prevalentemente per il trattamento della patologia della cuffia dei rotatori la cui origine è da ricondurre alla degenerazione delle strutture tendinee che, indebolite, possono facilmente andare in contro a lesioni anche in assenza di grandi traumi

Nei giovani invece la causa delle patologie articolari trattate in artroscopia spesso è riconducibile a traumi sportivi che non raramente avvengono in sport da contatto nonché in attività che prevedano grandi sollecitazioni degli arti superiori come la pallavolo, la pallacanestro, il tennis, il bodybuilding etc.

Ma molto spesso anche attività lavorative usuranti e pesanti (traslocatori, magazzinieri, operai di vario genere, etc) possono causare lesioni articolari trattabili con tecnica artroscopica

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Artroscopia spalla

L’intervento chirurgico di artroscopia della spalla

Nel dettaglio, è possibile identificare tre fasi nell’intervento chirurgico di artroscopia alla spalla: preparazione, esecuzione e decorso post-operatorio (che comprende una riabilitazione più meno lunga).

La preparazione e l’anestesia

La fase preparatoria è in tutto e per tutto simile a quella di un intervento chirurgico classico. Il paziente viene sottoposto ad esami preliminari e deve seguire alcune semplici indicazioni, come rimanere a digiuno nelle 8-10 ore che precedono l’operazione.

L’artroscopia della spalla viene di solito eseguita in anestesia loco-regionale attraverso una puntura che consente di addormentare l’arto superiore compresa la spalla. Solo in alcuni casi si rende necessaria un’anestesia generale

La scelta, comunque , spetta all’anestesista anche in accordo con le preferenze del paziente.

L’esecuzione dell’intervento

Da un punto di vista pratico, l’intervento chirurgico di artroscopia della spalla si compone di pochi ma fondamentali passaggi.

Dopo aver posizionato il paziente ed aver effettuato il campo chirurgico sterile, si inizia con l’esecuzione dei portali , ovvero due piccole incisioni, una anteriore ed una posteriore, che consentono l’introduzione della telecamera (artroscopio) e, con un sistema ad infusione continua, di una soluzione salina a pressione costante che permette la distensione dell’articolazione necessaria per poter lavorare al suo interno

Successivamente vengono effettuati all’occorrenza  ulteriori mini-incisioni (una o più, se necessario), per introdurre gli strumenti chirurgici e operare. Per il trattamento della patologia si utilizzano strumentari manuali, motorizzati ed eventualmente apparecchi a radiofrequenza. Una volta completata anche la fase di vera e propria operazione, lo specialista provvede a un lavaggio articolare con soluzione fisiologica, che termina con la sutura dei fori di accesso.

Il decorso post-operatorio

Il decorso post-operatorio, dopo un breve ricovero (uno o due giorni) si svolge prevalentemente a casa. La spalla, protetta da un tutore, a volte può essere dolorante, soprattutto nei primi giorni e particolarmente nel periodo notturno, ma questo non deve destare preoccupazione e può essere facilmente gestito con una adeguata terapia antidolorifica opportunamente prescritta al momento della dimissione.

La riabilitazione della spalla: tutore e fisioterapia

I tempi di recupero dopo un’artroscopia della spalla variano a seconda di diversi fattori. Prima di tutto bisogna tenere conto del tipo di patologia trattata e, poi, dello stile di vita della persona operata e dell’attività che svolge. Infatti, gli sportivi di professione e coloro che svolgono lavori in cui le braccia sono molto sollecitate dovranno attendere sicuramente più tempo per tornare ad una attività normale con una piena operatività.

Nei primi giorni, la spalla operata dovrà essere tenuta in assoluto riposo, quasi sempre con l’utilizzo di un tutore di supporto. Poi si avvierà un programma personalizzato di fisioterapia, concordato con lo specialista in medicina riabilitativa.

L’artroscopia della spalla in breve: 7 domande e risposte

Per concludere questo approfondimento dedicato all’artroscopia della spalla, ecco una raccolta delle domande più frequenti, con le relative risposte, elaborate dagli esperti del Polo Sanitario Accreditato San Feliciano.

Quanto dura l’artroscopia?

La durata dipende ovviamente dal tipo di trattamento eseguito. Mediamente per le patologie più comuni la durata varia tra i 40 e i 60 minuti.

È un’operazione dolorosa?

Assolutamente non è dolorosa, perché eseguita con anestesia locale o generale.

Possono esserci delle complicanze?

Come tutti i trattamenti chirurgici anche l’artroscopia può avere delle complicanze come: sanguinamento, infezioni, intolleranza agli impianti, rottura degli strumenti

Quanto dura il dolore dopo l’operazione?

Dolore e gonfiore alla spalla possono essere avvertiti nei primi giorni del decorso post-operatorio e trattati con analgesici e impacchi di ghiaccio.

Le cicatrici post-operatorie sono molto visibili?

No, l’artroscopia è una tecnica definita minimamente invasiva anche perché lascia cicatrici molto piccole, i cui punti rimarginano in circa 7-14 giorni.

Qual è il costo dell’artroscopia della spalla?

Il costo di questo trattamento dipende da diversi fattori e non può essere predeterminato senza conoscerli. In particolare, dipende dalla patologia per cui è necessario l’intervento chirurgico. Nella Regione Lazio (come in altre regioni italiane), è possibile eseguire l’artroscopia della spalla anche in regime di convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. Il Polo Sanitario San Feliciano esegue questo trattamento anche in regime di accreditamento (per maggiori informazioni, contatta il numero dedicato).

Come dormire dopo l’artroscopia?

Dopo l’intervento, per evitare di acutizzare il dolore, è consigliabile dormire in posizione reclinata evitando di appoggiarsi sulla spalla operata.

Articolo revisionato dal Dottor Stefano Di Gennaro – Specialista in chirurgia della spalla

Chirurgia ortopedia del ginocchio – Gli specialisti del Polo Sanitario San Feliciano


Sintomi ipertrofia dei turbinati

Ipertrofia dei turbinati, cos’è e come si cura per tornare a respirare bene

L’ipertrofia dei turbinati inferiori rappresenta una delle cause più frequenti della difficoltà respiratoria nasale. Spesso associata a rinopatia cronica e aggravata da deviazioni del setto nasale, l’ipertrofia può essere trattata per via medica o chirurgica.

Cosa sono e a cosa servono i turbinati inferiori

I turbinati inferiori, situati all’interno di ciascuna cavità nasale, sono delle ossa indipendenti che si inseriscono nella parete laterale del naso, e sono ricoperti da una mucosa ricca di terminazioni nervose e strutture vascolari.

I turbinati inferiori contribuiscono al riscaldamento, umidificazione e filtrazione dell’aria inspirata oltre che alla regolazione dei flussi aerei nasali. Poiché la loro funzione si svolge nell’arco delle 24 ore, i turbinati sono sottoposti a continui stimoli irritativi, specifici, come gli allergeni, ed aspecifici, come gli agenti chimici, fisici ed endogeni.

Ipertrofia dei turbinati e rinopatia cronica

Esistono delle condizioni patologiche che trovano nel naso, ed in particolare nei turbinati inferiori, il proprio organo shock. Si introduce quindi il concetto di rinopatia cronica, che può essere allergica e non allergica, in cui a seguito di stimoli irritativi la mucosa dei turbinati mette in atto meccanismi reattivi che determinano edema della mucosa ed ipersecrezione nasale.

I sintomi della rinopatia cronica sono caratterizzati da ostruzione respiratoria nasale, ipersecrezione nasale (rinorrea), crisi di starnuti, prurito nasale e faringeo, lacrimazione, senso di ovattamento auricolare, russamento associato o meno ad episodi di apnea notturna. Nelle forme più importanti si può manifestare anche una riduzione dell’olfatto. L’ostruzione respiratoria nasale può peggiorare nei casi in cui vi sia associata una deviazione del setto nasale.

La diagnosi dell’otorinolaringoiatra

La visita otorinolaringoiatrica e la storia clinica del paziente rappresentano il primo passo verso la diagnosi e la possibile cura. Lo specialista dopo opportuni accertamenti diagnostici, che possono includere la rinofibrolaringoscopia (studio endoscopico delle vie respiratorie superiori), la rinomanometria (studio del flusso respiratorio nasale), la visita allergologica comprensiva di prick test (test allergici cutanei), effettua la diagnosi e propone la terapia più opportuna.

Come si cura l’ipertrofia dei turbinati inferiori

Il trattamento dell’ipertrofia dei turbinati inferiori può essere medico e chirurgico.

Il trattamento medico

Il trattamento medico prevede l’uso di farmaci ad uso topico e/o sistemico, che hanno come obiettivo principale quello di ridurre l’edema della mucosa e l’ipersecrezione nasale migliorando il flusso respiratorio. I tempi di risposta di questa terapia sono molto variabili, anche alcuni mesi.

L’intervento chirurgico

Il trattamento chirurgico prevede la decongestione della mucosa dei turbinati inferiori che può essere effettuata con differenti tecniche. Le più recenti sono quelle che utilizzano le radiofrequenze con ridotta diffusione di calore e ridotto danno termico dei tessuti. L’intervento prevede una degenza breve e scarso disconfort per il paziente.

Articolo revisionato dal Dottor Fulvio Paduano – Specialista in Otorinolaringoiatria presso il Polo Sanitario

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Sintomi ipertrofia dei turbinati


Ecografia roma

Ecografia: cos’è, a cosa serve e come prenotarla

L’ecografia è un esame di diagnostica per immagini basato sugli ultrasuoni. È quindi semplice, poco invasivo, sicuro (perché non usa radiazioni) ed estremamente efficace. Realizzato da un medico specialista, può essere utilizzato per indagare quasi ogni parte del corpo. A Roma, è possibile prenotare esami ecografici di elevata qualità presso il Polo Sanitario San Feliciano. 

Vista la sua diffusione e la sua efficacia, è probabile che, nella vita, almeno una volta, chiunque si trovi a dover affrontare un’ecografia. Si tratta di un esame diagnostico molto semplice e utile. Questo articolo è una breve guida all’esame ecografico, che risponde alle domande più frequenti sul tema.

Ecografia a Roma, prenotazioni presso il Polo Sanitario San Feliciano

A Roma, è possibile eseguire ecografie di alta qualità presso il Polo Sanitario San Feliciano. La sala ecografica della struttura, infatti, è equipaggiata con un macchinario di avanzata tecnologia e dispone di un personale altamente qualificato, guidato dal Dottor Massimo Pellegrini. Quelle che si possono ottenere, quindi, sono immagini diagnostiche di qualità superiore, che permettono di ricostruire il quadro clinico in modo più chiaro e sicuro.

Le ecografie disponibili sono:

  • ecografia mammaria;
  • ecografia addome completa;
  • ecografia dei singoli segmenti;
  • ecografia dei singoli organi;
  • doppler–ecodoppler.

Prenotazione ecografie a Roma – Polo Sanitario San Feliciano

Cos’è l’ecografia, guida breve per conoscere meglio questo esame diagnostico

L’ecografia è uno degli esami diagnostici più diffusi e utilizzati, e trova applicazione in questi tutte le specializzazioni mediche. L’utilizzo più noto dell’ecografia è senza dubbio quello legato alla gravidanza, perché è così che si può osservare lo sviluppo dell’embrione e del feto. Comuni sono anche, tra gli altri, gli esami ecografici mammari, quelli dell’addome o della prostata, nonché il doppler, che consente di indagare i vasi sanguigni. In generale, tutto il corpo può essere mappato tramite ecografia, fatta eccezione per lo scheletro e la parte interna della scatola cranica.

Le ragioni di questo successo sono legate essenzialmente a due fattori. La prima è la facilità di esecuzione, visto che l’ecografia arreca disagi minimi ai pazienti e può essere utilizzata anche su persone che versano in gravi condizioni. La seconda motivazione è la sua efficacia, poiché permette di ottenere un gran numero di informazioni.

Il principio di funzionamento dell’ecografo

La tecnica ecografica si basa sugli ultrasuoni. Non ci sono radiazioni, quindi, e questo significa anche totale sicurezza per il paziente. L’esame ecografico dura circa 15 minuti, durante i quali lo specialista fa scorrere sulla parte del corpo interessata, lubrificata con un apposito gel, una sonda. In tempo reale, le immagini raccolta dalla sonda vengono trasmesse su uno schermo.

Chi esegue l’ecografia

La realizzazione di un’ecografia deve essere affidata, come detto, a un medico specialista della diagnostica per immagini, cioè un radiologo o un ecografista.

A cosa serve l’ecografia e cosa si vede

Con l’esame ecografico si riescono a ricostruire mappe dettagliate della zona del corpo sottoposta a indagine. Questo consente di individuare la presenza di malformazioni, tumori e altre alterazioni patologiche.

Come prepararsi all’esame ecografico

In generale, l’ecografia non richiede una preparazione specifica. Fanno eccezione, però, alcuni esami particolari, condotti su determinate parti del corpo, come l’addome e la zona pelvica. Nel primo caso, ad esempio, è necessario presentarsi dall’ecografista digiuni. Nel secondo caso, invece, bisogna avere la vescica piena.

Articolo revisionato dal Dottor Massimo Pellegrini - Specialista in Diagnostica per immagini

Prenotazione ecografie a Roma – Polo Sanitario San Feliciano


tampone test rapido covid

Tampone Covid-19 rapido, il test è disponibile presso il Polo Sanitario San Feliciano (sede Villa Aurora)

Il test rapido su tampone nasofaringeo per la rilevazione del Covid-19 è disponibile, a partire dal 28 ottobre, presso il Polo Sanitario San Feliciano, sede di via Battistini (Villa Aurora). L’accesso è consentito esclusivamente con prenotazione. Il tampone rapido viene fatto anche senza ricetta e ha un costo di 20 euro.

Come funziona il tampone rapido per il Covid-19: modalità di raccolta e tempi di risposta

Il test rapido effettuato su tampone nasofaringeo si basa sulla ricerca delle proteine virali (antigeni) del SARS-CoV-2. La modalità di raccolta del campione avviene mediante tampone naso-faringeo: con un lungo bastoncino simile ad un cotton-fioc, viene prelevato un campione delle vie respiratorie a livello della mucosa naso-faringea.

I tempi di risposta sono molto brevi (circa 20 minuti), tuttavia la sensibilità e specificità di questo test sono inferiori a quelle del test molecolare, motivo per il quale le diagnosi di positività ottenute con questo test devono essere confermate da un secondo tampone per lo studio molecolare (metodi molecolari di real-time RT-PCR -Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction- per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione).

Dove effettuare il test rapido: la procedura presso il Polo Sanitario San Feliciano

A partire dal 28 ottobre 2020, è possibile effettuare il tampone rapido presso il Polo Sanitario San Feliciano, sede di via Battistini (Villa Aurora). Ecco come fare.

  • È obbligatorio prenotarsi contattando il numero 06 6600 0495 oppure utilizzando il form online a questo link:   http://prenota.sanfelicianoroma.it/
  • È necessario presentare la propria tessera sanitaria;
  • Non è necessario esibire la prescrizione del proprio medico curante;
  • L’esito del tampone verrà comunicato dopo un’attesa di almeno 20 minuti;

I tamponi naso-faringei possono essere effettuati nei seguenti orari:

  • dal lunedì al sabato, dalle 8 alle 15;

Leggi anche le informazioni per effettuare il test sierologico Covid-19 presso il Polo Sanitario Accreditato San Feliciano


elettrostimolazione antalgica

Elettroterapia antalgica, l’elettrostimolazione per la terapia del dolore

L’elettroterapia antalgica utilizza i principi dell’elettrostimolazione per il trattamento del dolore. Ne esistono diverse tipologie, di cui la più diffusa è la TENS. Nell’ambito della terapia del dolore, l’uso, con successo, dell’elettrostimolazione ha permesso di raggiungere ottimi risultati, diminuendo la quantità di farmaci somministrati ai pazienti.

Il trattamento del dolore è un passaggio chiave per migliorare la qualità della vita di una persona. Per raggiungere l’obiettivo, la terapia del dolore si avvale di varie tecniche e strumenti. Tra quelli che, negli anni, si sono affermati per la loro efficacia c’è, senza dubbio, l’elettroterapia antalgica, che applica principi propri dell’elettrostimolazione. In questo approfondimento, verranno spiegati nel dettaglio di cosa si tratta e il suo funzionamento. Poi verranno approfonditi i casi di possibile applicazione (dolori cronici e acuti) e i limiti di questo particolare trattamento terapeutico.

Cos’è l’elettroterapia antalgica e come funziona

Già da molti anni, l’elettrostimolazione conosce applicazione in diversi campi. Il suo utilizzo per il trattamento del dolore non è altro che una delle possibilità che la medicina ha a disposizione. Il principio di riferimento è sempre lo stesso: riprodurre artificialmente gli impulsi elettrici che regolano la normale comunicazione tra il cervello umano e i muscoli (che avviene attraverso il sistema nervoso). L’elettroterapia, quindi, è perfettamente rispettosa dei normali processi fisiologici del corpo umano. Spesso questa tecnica si affianca alla terapia farmacologica, consentendo di diminuire i farmaci somministrati.

Nello specifico, con l’elettrostimolazione antalgica, gli impulsi degli elettrostimolatori possono essere utilizzati per risolvere le disfunzioni muscolari che, per cause diverse, colpiscono un paziente nella fase di riabilitazione post-traumatica o post-operatoria. L’azione di contrasto al dolore avviene in due modi:

  • Bloccando la trasmissione di informazioni al midollo spinale;
  • Favorendo il rilascio di endorfine.

A seconda di quale tipologia di corrente viene utilizzata, esistono diverse tecniche di elettrostimolazione antalgica:

  • TENS: acronimo di Transcutaneous Electrical Nerve Stimulation, è la più diffusa ed efficace, viene utilizzata per diverse tipologie di dolore e per trattamenti antalgici sia di breve che di lunga durata;
  • Microcorrente: ha un’intensità inferiore alla TENS e, per questo motivo, è indicata per i soggetti più sensibili;
  • Interferenziale: permette di agire in profondità, generando sia un effetto di alleviamento del dolore che di ripresa della forza muscolare;
  • EMS: indica l’elettrostimolazione muscolare, molto simile alla TENS ma più indicata per il rilassamento e il rafforzamento di un muscolo;
  • Ionoforesi: utilizza la corrente continua e permette di veicolare soluzioni farmacologiche nelle zone doloranti.

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Elettroterapia dolore

Possibili applicazioni dell’elettrostimolazione nella terapia del dolore

L’elettrostimolazione antalgica può risultare benefica in una pluralità di situazioni e favorire il trattamento di numerose patologie. È una terapia efficace sia in caso di dolore derivante da traumi o lesioni, sia in caso di dolore cronico.

Ad esempio, è ampiamente utilizzata per pazienti che hanno subito un intervento chirurgico, così come per coloro che hanno subito una frattura, una lesione o un trauma che ha causato immobilizzazione di un arto. Per quanto riguarda gli stati di dolore cronico, l’elettrostimolazione comporta un notevole miglioramento della qualità della vita nelle persone che soffrono, ad esempio, di cervicalgia, lombosciatalgia, nevralgia, fastidi articolari, artrosi, tendinite.

Articolo revisionato dalla Dottoressa Giuseppina Tancredi – Specialista in medicina riabilitativa

 

Medici riabilitativa - Gli specialisti del Polo Sanitario San Feliciano


Artroscopia del ginocchio

Artroscopia del ginocchio: intervento, patologie e tempi di recupero

L’artroscopia del ginocchio è utile per trattare molte patologie legate a questa particolare articolazione. Può essere usata come tecnica diagnostica, quando altri esami non sono sufficienti, o chirurgica, per risolvere il problema alla radice. È rapida ed efficace, si svolge generalmente in day hospital o day surgery, spesso con anestesia locale e ha tempi di recupero post-operatorio piuttosto rapidi. In questo articolo, vengono approfondite le sue caratteristiche, le patologie a cui è applicabile e le varie fasi dell’intervento. In chiusura, una serie di domande e risposte per avere una panoramica sintetica delle principali questioni legate all’artroscopia del ginocchio.

Cos’è l’artroscopia del ginocchio (diagnostica e chirurgica)

L'artroscopia del ginocchio è una tecnica molto diffusa, con la quale un ortopedico può avere una chiara visione dello stato dell’articolazione. A seconda delle finalità, è possibile dividere tra:

  • Artroscopia diagnostica, che serve per arrivare ad una diagnosi nel caso in cui altre tipologie di esami (come quello obiettivo o quelli radiologici) si mostrano insufficienti;
  • Artroscopia chirurgica, che costituisce, invece, un vero e proprio intervento, di tipo mininvasivo, necessario in presenza di alcune patologie del ginocchio non risolvibili altrimenti.

Grazie all’artroscopia del ginocchio, infatti, è possibile esplorare dall’interno il ginocchio stesso, introducendo una sonda con collegata ad una telecamera, attraverso due o più piccoli accessi (quelli che i pazienti chiamano “buchi”), di massimo 10 millimetri di diametro. Nel caso di intervento chirurgico, con le stesse modalità, possono essere introdotti strumenti mininvasivi che consentono di trattare le diverse patologie articolari. (prosegue dopo l'immagine)

Esempi di patologie sinoviali del ginocchio

Può sembrare uno scenario fantascientifico, ma, in realtà, è un trattamento ormai molto comune e utilizzato, con enorme successo. Lo sviluppo tecnologico, infatti, ha messo a disposizione degli ortopedici specializzati in chirurgia del ginocchio telecamere e monitor ad alta definizione e strumentari dedicati che hanno reso l’artroscopia un trattamento molto efficace.

Quando serve l’artroscopia

La chirurgia artroscopica del ginocchio è indicata per il trattamento di varie casistiche:

  • patologie del menisco (meniscectomia, sutura meniscale);
  • patologie dei legamenti (ricostruzione del legamento crociato anteriore e del legamento crociato posteriore);
  • patologie delle cartilagini (debridement, microfratture, rimozione corpi mobili, trapianti cartilaginei);
  • patologie della membrana sinoviale (sinovialectomie).

Visto il tipo di patologie trattate, l’intervento è piuttosto ricorrente per i giovani sportivi, che mettono sotto stress le ginocchia con sforzi e traumi.

L’intervento chirurgico di artroscopia del ginocchio

Ogni anno, nel mondo, vengono eseguite più di quattro milioni di artroscopie del ginocchio. Quasi tutti gli interventi vengono realizzati in regime di day-hospital (quindi con dimissione in giornata), fatta eccezione per le ricostruzioni legamentose che richiedono almeno una notte di degenza (day-surgery).  Il motivo di tanto successo risiede sia nell’efficacia dell’operazione, sia nella sua relativa semplicità agli occhi del paziente. Vediamo nel dettaglio le diverse fasi. (prosegue dopo l'immagine)

Intervento artroscopia LCA
Un intervento di ricostruzione LCA in artroscopia

La preparazione e l’anestesia

La fase preoperatoria non è dissimile da quella di qualsiasi altro intervento chirurgico, soprattutto per quanto riguarda le indicazioni generali. Stesso discorso per la azioni di preparazione all’intervento chirurgico. L'artroscopia del ginocchio può essere eseguita in anestesia locale, periferica o generale. La scelta, ovviamente, spetta all’anestesista in accordo con le preferenze del paziente.

L’esecuzione dell’intervento

Una volta effettuati i piccoli fori per l’accesso all’articolazione, il primo compito del chirurgo ortopedico sarà quello di ispezionare tutta l'articolazione, per confermare la diagnosi preoperatoria (artroscopia diagnostica). Successivamente, inizierà il trattamento della patologia, utilizzando strumentari manuali, motorizzati ed eventualmente apparecchi a radiofrequenza (artroscopia chirurgica). Una volta completata anche la fase di vera e propria operazione, lo specialista provvede a un lavaggio articolare con soluzione fisiologica, che termina con la sutura dei fori di accesso.

Il decorso post-operatorio, cosa fare dopo l’intervento chirurgico

Svolgendosi spesso in day hospital o in day surgery, quindi con al massimo una notte di ricovero dopo l’operazione, l’artroscopia non prevede una lunga convalescenza in ospedale. Il decorso post-operatorio, quindi, si svolge prevalentemente a casa e consiste in un percorso di riabilitazione motoria e fisioterapia (esercizi di mobilizzazione, kinesiterapia, eccetera). Sarà necessario procedere per alcuni giorni con l’ausilio di stampelle e/o bastoni, per poi abbandonarli progressivamente e riprendere a camminare senza problemi.

I tempi di recupero della funzionalità del ginocchio e la riabilitazione necessaria dipendono dal tipo di intervento a cui ci si è sottoposti, dall’età del paziente e dalle sue necessità di vita. In un giovane, ad esempio, il recupero può essere più rapido, ma bisogna tenere anche conto dell’attività lavorativa svolta, che, se richiede un importante sforzo fisico, potrebbe allungare le tempistiche. Discorso a parte, poi, va fatto per gli sportivi, soprattutto se professionisti.

L’artroscopia del ginocchio in breve: 7 domande e risposte

Per concludere questo approfondimento dedicato all’artroscopia del ginocchio, ecco una raccolta delle domande più frequenti, con le relative risposte, elaborate dagli esperti del Polo Sanitario Accreditato San Feliciano.

Quanto dura il trattamento di artroscopia?

L’artroscopia del ginocchio è un intervento molto rapido, che generalmente si risolve in circa 30 minuti.

Qual è il costo dell’artroscopia del ginocchio?

Il costo di questo trattamento dipende da diversi fattori e non può essere predeterminato senza conoscerli. In particolare, influiscono la finalità (diagnostica o terapeutica) e la patologia per cui è necessario l’intervento chirurgico. Nella Regione Lazio (come in altre regioni italiane), è possibile eseguire l’artroscopia del ginocchio in regime di convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. Il Polo Sanitario San Feliciano esegue questo trattamento in regime di accreditamento (per maggiori informazioni, contatta il numero dedicato).

Quale anestesia viene effettuata?

L’anestesia può essere generale, locale o periferica. La valutazione spetta al medico anestesista.

Cosa si intende per pulizia del ginocchio in artroscopia?

L’espressione “pulizia” del ginocchio è un modo improprio per indicare un’artroscopia finalizzata alla rimozione della cartilagine usurata dall’articolazione. Un tale intervento non è sempre consigliabile e va attentamente valutato con un chirurgo ortopedico specializzato e di fiducia.

È normale avere il ginocchio gonfio e dolorante dopo l’operazione?

Gonfiore, dolore e la sensazione di avere il ginocchio bloccato sono assolutamente normali nei giorni immediatamente successivi all’esecuzione dell’artroscopia. I progressi vanno valutati nei controlli post operatori con il proprio medico chirurgo di fiducia.

Dopo quanto tempo dall’operazione si torna a camminare?

In una prima fase, solitamente della durata di pochi giorni, ci si dovrà aiutare con l’ausilio di due bastoni canadesi. La camminata normale, con carico totale sul ginocchio operato potrà essere recuperata progressivamente, con tempi diversi a seconda del tipo di trattamento artroscopico, dell’età del paziente e del suo stile di vita.

Articolo revisionato dal Dottor Massimiliano Magaletti - Specialista in chirurgia del ginocchio

 

Chirurgia ortopedia del ginocchio – Gli specialisti del Polo Sanitario San Feliciano


sindrome di dupuytren

Morbo di Dupuytren, la deformazione della mano che può causare invalidità

Il morbo di Dupuytren, o anche retrazione / contrattura di Dupuytren, è una sindrome che colpisce le dita e il palmo della mano. Piuttosto diffusa tra gli uomini tra i 50 e i 70 anni, è una malattia non letale e neanche dolorosa, ma può degenerare fino al punto da causare una seria invalidità, precludendo le normali attività della vita quotidiana. L’intervento chirurgico, seguito dalla riabilitazione, è la soluzione più praticata ed efficace. In questo articolo affrontiamo tutti gli aspetti di questa patologia: dalle sue cause fino al trattamento.

Cos’è il morbo di Dupuytren

Il morbo di Dupuytren è una delle più comuni affezioni morbose che causano deformazioni della mano. Si manifesta, inizialmente, con un ispessimento anomalo del palmo della mano che, nei casi più avanzati, si estende come un cordone sottocutaneo fino alle dita (solitamente le ultime due, anulare e mignolo), rendendone sempre più difficoltosa la completa estensione e fino ad arrivare ad una chiusura obbligata delle stesse. Questa condizione di mano chiusa si traduce, man mano che la sindrome peggiora, in una impossibilità a svolgere le normali attività quotidiane, come impugnare gli oggetti.

Entrando un po’ nel dettaglio, la struttura della mano interessata dal morbo di Dupuytren è la fascia palmare, tecnicamente conosciuta come aponeurosi palmare. Si tratta di una sottile ma robusta membrana, costituita da tessuto connettivo e collagene, posta proprio sotto la cute e che ricopre i muscoli e i tendini sottostanti.

Questo morbo deformante deve il suo nome a Guillaume Dupuytren, medico francese vissuto a cavallo tra ‘700 e‘800, che per primo la identificò descrivendone le caratteristiche. In Italia, il tasso di diffusione della malattia di Dupuytren è di circa il 15%, colpisce più uomini che donne, e solitamente insorge tra i 50 e i 70 anni. Inoltre, nel 65% dei casi la retrazione è bilaterale, cioè presente su entrambe le mani.

(continua dopo l'immagine)

sindrome di dupuytren

Le cause della malattia

Le cause alla base dell’insorgenza dell’ispessimento nodulare del palmo, che darà il via alla malattia di Dupuytren, non sono ancora note ma sono chiamati in causa diversi fattori predisponenti:

  • Predisposizione genetica;
  • Presenza di fattori di rischio legati ad altre patologie;
  • Traumi;

La predisposizione genetica o familiarità è uno dei primi elementi che viene indagato dallo specialista della mano in presenza di segni e sintomi del morbo di Dupuytren. È molto frequente, infatti, che chi ne è affetto abbia dei parenti stretti con la stessa problematica.

L’altro elemento che merita una profonda attenzione è la presenza di patologie concomitanti che, come è noto, rappresentano dei fattori di rischio per l’insorgenza e la gravità della malattia. Questa sindrome, infatti, è più comune nelle persone che soffrono di diabete, epilessia (a causa dell’uso di farmaci anticonvulsivanti), cirrosi epatica, HIV. Inoltre, tra i fattori di rischio sono annoverati anche l’abuso di alcol e di sigarette.

Infine, un altro collegamento ricorrente, è quello con i traumi del polso. Questo ha portato anche al riconoscimento del morbo di Duputryen come possibile malattia professionale, per tutti quei soggetti che, sul lavoro, sono esposti a microtraumi e a posture incongrue delle braccia e delle mani.

I sintomi

La malattia di Dupuytren si manifesta attraverso alcuni sintomi piuttosto chiari, che devono da subito destare attenzione e portare ad un consulto con uno specialista della mano. Le manifestazioni più evidenti sono:

  • Noduli sul palmo della mano: poco dolorosi nella fase iniziale, diventano poi completamente indolori;
  • Corda (ispessimento) superficiale: collega il palmo della mano alle dita, provocando la flessione involontaria di queste ultime;
  • Peggioramento e parziale inibizione delle capacità manuali.

Per classificare la gravità della patologia, si può far riferimento alla scala standard di Tubiana, divisa in sei gradi e basata sul deficit di allungamento del dito colpito.

Il dolore non è tra i principali sintomi del morbo di Dupuytren; questo aiuta a differenziare alcune affezioni della mano, come il dito a scatto o il tunnel carpale, che, soprattutto nelle prime fasi, possono creare confusione nella diagnosi.

Le cure non chirurgiche

Nelle fasi iniziali del morbo di Dupuytren o nelle forme non particolarmente aggressive, quindi in assenza di severe limitazioni dell’uso della mano, il trattamento di scelta sarà quello conservativo preferendo far ricorso all’opzione chirurgica solo in caso di peggioramento o di fallimento delle altre terapie.

Le opzioni non chirurgiche disponibili sono:

  • Radioterapia;
  • Iniezioni di collagenasi;
  • Tecnica della cordotomia percutanea con ago;

La radioterapia prevede, in casi ben selezionati, l’impiego di raggi X indirizzati sulla parte interessata dalla malattia, durante più sedute consecutive, in modo da indebolire i fibroblasti, cioè le cellule che determinano l’ispessimento della fascia palmare.

Anche le iniezioni di collagenasi (Clostridium Histolyticum) hanno come obiettivo quello di diminuire lo spessore e la resistenza dei noduli indebolendo le fibre di collagene che costituiscono la matrice dei cordoni palmari.

Infine, c’è la tecnica percutanea con ago sottile che, a voler essere rigorosi, andrebbe ricondotta nell’alveo delle soluzioni chirurgiche. Il suo carattere mininvasivo, però, e la sua applicazione esclusiva a casi non gravi, la rendono più affine ai trattamenti non chirurgici. Si tratta, infatti, di una tecnica eseguita con un sottilissimo ago da insulina, con anestesia locale e in day hospital. Serve a recidere meccanicamente i cordoni che si formano tra palmo e dita e a consentire una migliore mobilità.

L’intervento chirurgico per il morbo di Dupuytren

Al trattamento chirurgico vero e proprio si ricorre qualora la funzione della mano sia compromessa. Le opzioni disponibili sono due e la scelta dipende dalla gravità:

  • Fasciotomia palmare;
  • Fascectomia

Il primo intervento, da svolgersi in anestesia locale e in Day Hospital, è meno invasivo e comporta l’interruzione e la separazione del tessuto connettivo con il conseguente raddrizzamento delle dita.

La fascectomia consiste nell’asportazione di tutto il tessuto palmare coinvolto dalla malattia e, se necessario, dalla lisi delle aderenze articolari presenti a carico delle piccole articolazioni delle dita. In questo caso sarà, invece, necessario il ricovero e un’anestesia più profonda (loco-regionale o generale). Il decorso post-operatorio, in questi casi più gravi, sarà diverso e impegnativo prevedendo periodici controlli clinici, medicazioni e cicli di fisioterapia.

 

Articolo revisionato dal Dottor Alessandro Patricola - Specialista in chirurgia della mano

 

Gli specialisti di chirurgia della mano | Polo Sanitario Accreditato San Feliciano


Intervento protesi anca

Protesi d’anca, l’intervento che permette di tornare a camminare

L’intervento di protesi d’anca, con oltre 100mila operazioni eseguite ogni anno solo in Italia, è tra quelli che registrano il maggior tasso di successo nei reparti di chirurgia ortopedica. Sicura ed efficace, l’artroprotesi all’anca fa cessare il dolore e può permettere il ritorno a una vita normale per tutti coloro che sono affetti da artrosi, osteonecrosi o malattie autoimmuni.

Ogni anno, in Italia, vengono effettuati oltre 100mila interventi di protesi d’anca. In chirurgia ortopedica, si tratta di una delle pratiche chirurgiche che ha i migliori livelli di riuscita, grazie all’uso di tecniche e materiali avanzati e in continua evoluzione.

D’altra parte, le patologie che colpiscono l’articolazione dell’anca sono particolarmente dolorose e invalidanti. Chi ne è affetto, vede diminuire in maniera sensibile la propria qualità della vita. I gesti più banali della quotidianità, dal semplice camminare al guidare la macchina, vengono percepiti come ostacoli insormontabili. Avere a disposizione una soluzione efficiente come l’artroprotesi d’anca, significa avere la possibilità di tornare a godersi pienamente le proprie giornate. Il candidato ideale a tale intervento, infatti, è colui che, a causa di una grave degenerazione delle superfici articolari dell’anca, lamenta forte dolore e la progressiva perdita di autonomia di deambulazione.

In questo articolo, approfondiremo diversi aspetti dell’operazione all’anca, partendo da qualche accenno su come è strutturata questa particolare articolazione e affrontando poi tutti i temi chiave: sintomi e cause delle principali patologie, le possibili soluzioni (conservativa e chirurgica – protesica), le tappe del decorso post-operatorio e i benefici dell’intervento.

L’articolazione dell’anca

L’articolazione dell’anca (coxo-femorale), tra tutte quelle presenti nel corpo umano, è quella chiamata a sopportare il carico maggiore. Ha il gravoso e delicato compito di fungere da elemento di raccordo tra il bacino e la gamba (nello specifico, il femore), consentendo il movimento degli arti inferiori.

L’anca ha una forma sferica e una superficie liscia, ed è formata da ossa, legamenti e muscoli. Nel dettaglio, le ossa coinvolte in questa articolazione sono la cavità acetabolare, posizionata sulla faccia esterna dell’osso iliaco, e la testa del femore. I legamenti, invece, sono quattro: tre extracapsulari e uno intracapsulare. Infine, i muscoli, che tengono unite le ossa ed evitano il rischio di lussazioni.

Le patologie dell’anca che possono portare alla protesi

Come detto, all’intervento di protesi di anca si arriva quando il paziente è affetto da patologie dell’articolazione talmente gravi da causargli fortissimi dolori e l’impossibilità di condurre una vita normale.

Alla base di questa scelta medica, quindi, ci sono delle alterazioni degenerative articolari causate da alcuni specifici disturbi. Le ipotesi più frequenti sono:

  • Artrosi primitiva o dell’età avanzata: si manifesta, generalmente, dopo i 50 anni, spesso in pazienti con hanno precedenti in famiglia;
  • Artrosi secondaria: con insorgenza più precoce e conseguente a malattie dell’infanzia o a traumi che alterano la congruenza articolare;
  • Malattie sistemiche (autoimmuni): è il caso dell’artrite reumatoide, una malattia infiammatoria sistemica che a livello articolare determina l’usura e la deformazione delle superfici articolari;
  • Osteonecrosi: consiste nella perdita della sfericità per collasso della testa femorale, a causa di un insufficiente apporto vascolare., può essere conseguenza di traumi pregressi o legata a prolungati trattamenti con cortisone.

I sintomi da tenere sotto controllo

Il sintomo principale è il dolore, che ha un’insorgenza subdola: è maggiore con lo sforzo e con la ripresa del movimento e, solitamente, localizzato in tre diverse regioni:

  • inguinale (con irradiazione alla regione interna della coscia fino al ginocchio);
  • glutea;
  • trocanterica (all’altezza del femore).

Con il progredire della patologia il dolore diviene sempre più intenso e la limitazione funzionale coinvolgerà inizialmente i movimenti di rotazione e abduzione, per poi dare maggiori problemi anche di deambulazione. Nei casi peggiori si può avere dolore anche a riposo.

Il trattamento conservativo

Il trattamento dipende dalla gravità del quadro clinico; nelle fasi iniziali il trattamento si avvale di terapia medica antidolorifica, riposo, kinesiterapia (terapia del movimento) mentre, con il progredire della patologia, si ricorre alla terapia infiltrativa intra-articolare e all’uso di un bastone per favorire la deambulazione.

Nel caso in cui i farmaci, gli opportuni cambiamenti nello stile di vita, o persino l’uso di bastoni non riescano più ad alleviare i disturbi, è opportuno che consideriate l’intervento come possibile soluzione.

articolazione anca

L’intervento di protesi d’anca

Prima di scendere nel dettaglio dell’operazione di artroprotesi d’anca è doverosa una precisazione. L’indicazione all’intervento chirurgico deve essere il risultato di una profonda interazione tra il paziente e lo specialista ortopedico di fiducia, attraverso un processo di condivisione che, sarebbe auspicabile, coinvolgesse anche i familiari. È molto importante, durante questo processo, individuare tutti gli elementi di rischio e i potenziali benefici dell’intervento che, al netto della gravità della malattia, dell’età e delle caratteristiche psico-fisiche del paziente, sono il dato su cui fondare la decisione.

Cosa succede durante l’operazione: la protesi e il suo impianto

L’intervento consiste nella sostituzione delle superfici cartilaginee irrimediabilmente danneggiate mediante l’impianto di componenti protesiche fissate saldamente all’osso per creare una neo-articolazione meccanica, stabile e con basso attrito in grado di garantire il recupero della funzionalità articolare.

In commercio vi sono decine di modelli protesici così come diverse sono le tecniche operatorie possibili.

Tuttavia, sinteticamente, possiamo così descrivere la tecnica chirurgica:

  • Impianto di una cupola metallica nella cavità acetabolare opportunamente regolarizzata.
  • Impianto di uno stelo metallico all’interno del canale femorale, previa asportazione della testa femorale, al cui estremo è posta una testina sferica
  • Impianto di un inserto di materiale plastico o ceramica all’interno della cupola acetabolare che consentirà al suo interno lo scivolamento della testina femorale

I tempi di recupero, tra decorso post-operatorio e riabilitazione

Fino a qualche anno fa, quando la chirurgia non aveva ancora fatto i progressi che può vantare oggi in tema di protesi d’anca, dopo l’intervento i pazienti si trovavano costretti a letto per diversi giorni. Oggi, invece, nella maggior parte dei casi, è possibile alzarsi con l’ausilio delle stampelle anche poche ore dopo essere usciti dalla sala operatoria. Anche il ricovero in ospedale è piuttosto breve, solitamente non oltre i 5 giorni.

Per quanto riguarda i tempi di recupero, invece, è necessario avere pazienza ed evitare forzature. La protesi d’anca è comunque un’operazione che interviene su un’articolazione complessa e delicata, che ha bisogno dei giusti tempi per tornare alla normalità. Tempistiche che, ovviamente, dipendono anche dall’età.

Di sicuro, c’è bisogno di un periodo di riabilitazione, affidata a un fisioterapista e inframezzata da controlli periodici con lo specialista. Sul tema della riabilitazione legata all'intervento di protesi d'anca è stato pubblicato uno studio a firma anche del Dottor Emilio Romanini, chirurgo specialista in ortopedia dell'anca presso il Polo Sanitario San Feliciano.

Riabilitazione motoria al San Feliciano

Protesi d’anca, le risposte ai dubbi e alle domande più frequenti

Ci sono alcuni dubbi molto frequenti tra i pazienti che sono in attesa della protesi d’anca o che si sono appena operati. Qui ne abbiamo raccolti alcuni, fornendo le relative risposte.

Come camminare dopo l’operazione

Dopo l’operazione è necessario camminare con le stampelle per un periodo variabile, che può arrivare anche fino a sei settimane. La protesi, infatti, non può sopportare fin da subito tutto il carico del corpo, come avviene per un’articolazione in condizioni normali.

Come dormire

Nella fase post-operatoria è bene dormire seguendo alcune accortezze. Se si dorme su un fianco, questo deve essere quello della gamba sana, mai quello dell’arto operato che, inoltre, non deve essere ruotato verso l’interno. Per alcune settimane, è consigliabile coricarsi con un cuscino tra le gambe.

Come salire in macchina

Salire e scendere dall’automobile è un’altra situazione che necessita di accortezze. Per entrare, si consiglia di sedersi con le gambe fuori dall’abitacolo e poi muoverle una alla volta, prima quella operata, magari sostenendola con le mani, e poi quella sana. Stesso discorso per l’uscita. Inoltre, sul sedile è bene porre un cuscino, che tenga il busto sollevato ed eviti all’anca un piegamento superiore a 90°.

Si può tornare a guidare?

Purtroppo, durante la prima fase di decorso e riabilitazione (circa 6-8 settimane) non è possibile guidare.

Come salire le scale

La tecnica per utilizzare le scale, muovendosi con le stampelle, è diversa a seconda che si tratti di salita o di discesa. Per salire le scale, prima va portata avanti la gamba sana, poi quella operata e infine si spostano le stampelle. Viceversa, invece, per scendere bisogna prima posizionare le stampelle, poi farle seguire dalla gamba operata e infine da quella sana. In questo modo, in ogni momento della salita e della discesa, la gamba operata ha il supporto o delle stampelle o dell’arto sano.

Quali movimenti sono da evitare?

Ci sono tre tipologie di movimenti da evitare a ridosso dell’operazione. Il primo è chinarsi in avanti, dalla posizione eretta, tenendo le gambe tese. Il secondo, invece, è chinarsi in avanti dalla posizione seduta. Infine, è assolutamente vietato accavallare le gambe.

Articolo revisionato dal Dottor Emilio Romanini - Specialista in chirurgia dell'anca nella sede di via Battistini (Villa Aurora)

Gli specialisti della chirurgia protesica dell'anca | Polo Sanitario Accreditato San Feliciano